E la resilienza uccise la resistenza

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E così pare che dobbiamo abituarci a veder sostituita la parola “resistenza” con “resilienza”. Resistenza, inesorabilmente e senza opporre… se stessa, sta evaporando in tutti i contesti in cui veniva usata comunemente fino a poco tempo fa, nel linguaggio giornalistico e in quello quotidiano (chi influenza chi?). Una sorta di “trova e sostituisci” collettivo. “L’Italia è in piedi grazie alla resilienza degli imprenditori”, si legge nel titolo di un giornale nazionale. “Donne coraggio simbolo di resilienza”, in un altro. “I genitori di Giulio Regeni grande esempio di resilienza”, trovo in un articolo, mentre un giornale locale titola: “Il Basket tra passione, difficoltà e resilienza”. E la “resilienza” diventa pop: a Ischia stanno girando in questi giorni un film intitolato proprio “Resilienza”. Mentre il sottotitolo della canzone “Niente” che Rita Pavone porterà a Sanremo fra pochi giorni è “Resilienza 74”. O, infine, la giornalista musicale Paola Maugeri ha scritto un libro “Rock e resilienza”. E così via.

Ora, niente di male che il lessico generale si arricchisca di sfumature, anzi: “resistenza” e “resilienza” non sono perfettamente sovrapponibili e possono essere usate, ci mancherebbe, a sottolineare modi differenti di opporsi a una difficoltà o a un problema. Resilienza – leggo sul Sabatini Coletti del 2004, quindici anni prima della resilienza-mania – è un termine preso dalla fisica dove significa “Indice di resistenza (ops, cortocircuito!) dei materiali alla deformazione e alla rottura per sollecitazione dinamica, determinato con una prova d’urto”. Mentre “resistenza” (nello stesso dizionario occupa una colonna intera, tanto per dare un’idea della complessità e della ricchezza del concetto), è una “Azione che si sforza di resistere a qualcuno o a qualcosa che cerca di contrastarli”. Definizioni che darebbero a “resistenza” un valore più attivo, prevedendo una partecipazione del soggetto rispetto alla più intrinseca e, se vogliamo, passiva, “resilienza”. Sfumature, come si vede. Quello che dà fastidio è chi ti riprende con “forse volevi dire resilienza” quando tu usi “resistenza”, nei contesti in cui lo hai sempre fatto. Come se avessi usato una parola banale, non appropriata, senz’altro non à la page ma addirittura, forse, con un’accezione negativa, come se “fare resistenza” fosse sinonimo di opposizione ostinata e meschina a differenza della nobile e coraggiosa resilienza. Chissà, di questo passo si arriverà a una sostituzione completa. Avremo il reato di “resilienza a pubblico ufficiale” o nelle manifestazioni del 25 aprile si scandirà “Ora e sempre Resilienza”, così come sulle targhe delle vie si celebreranno i “Martiri della Resilienza”. O, andando in un negozio di componentistica elettronica, sempre che se ne trovi ancora uno, si potranno chiedere delle resilienze da 10 Ohm.

Nel grafico in alto nella pagina trovate l’andamento dell’interesse da parte di chi ha fatto ricerche su Google dal 2004 del termine “resistenza” (linea rossa: più alta ma più o meno costante) e di “resilienza” (linea blu: in decisa crescita dal 2015). Nella schermata qui sotto, le ricerche più comuni legate ai due termini: per “resilienza” oltre a quella del significato, sono comuni le ricerche di frasi motivazionali adatte anche per un tatuaggio (al quinto posto delle ricerche Google c’è “resilienza tattoo”). Curioso vedere come le ricerche su “resistenza” – escluso la prima, “Via della Resistenza” – siano tutte sul campo semantico elettrico: resistenza forno, resistenza sigaretta elettronica, resistenza lavastoviglie.

 

Le ricerche in rete associate ai termini “resilienza” e “resistenza”. Fonte: Google Trends