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Io, giovane cronista su una Graziella in autostrada

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Trenta luglio 1997. Sono le 10 e 36 minuti di una caldissima mattina d’estate a Firenze. Un Atr 42 della compagnia aerea francese Air Littoral proveniente da Nizza in fase di atterraggio all’aeroporto di Peretola sceglie di effettuare non la consueta manovra di discesa (per chi conosce Firenze: dall’autostrada verso Monte Morello) ma quella in senso opposto, dal monte verso l’autostrada. Qualcosa però va storto: l’aereo va lungo sulla pista 23 e, per la velocità che non riesce a smaltire, prosegue la sua corsa senza riuscire né a riattaccare né a fermarsi. Abbatte le blande barriere e si dirige inesorabilmente contro l’autostrada, ne sfonda la massicciata portando via la corsia d’emergenza e sfiorando la corriera Lazzi per Viareggio che transita sulla A11 in quegli istanti. Uno dei due piloti, Jean Remi Cuculiere, ferito gravemente, perde la vita quattro giorni dopo, in ospedale. Feriti più o meno gravemente il primo ufficiale, i 14 passeggeri e la hostess.

Quella mattina sono a lavorare in redazione a Radio Monte Serra (ora si chiama Radio Toscana, allora aveva il nome dal monte nel pisano dove aveva i ripetitori). Ho 23 anni e da qualche tempo collaboro con quell’emittente locale, con il sogno di conquistare il tesserino da giornalista pubblicista. Sullo schermo monocromatico del computer collegato all’Ansa si accende la scritta verde +++ AEREO SI SCHIANTA A PERETOLA +++. Bisogna andare, subito. “Vado io”, faccio. E parto di corsa. La redazione della radio è in pieno centro, praticamente in piazza Duomo. Io non ho motorino. Qualcuno mi presta una Graziella e comincio a pedalare come un pazzo direzione aeroporto, con trenta e passa gradi di temperatura, in mezzo al traffico cittadino che nel frattempo si è bloccato proprio per le ripercussioni dell’incidente aereo che ha tappato l’ingresso della Firenze-Mare, fondamentale arteria.

Arrivo all’autostrada dove una pattuglia dei vigili devia le auto, impedendo l’accesso. Senza pensarci troppo, passo il blocco entrando nel raccordo autostradale pedalando sulla Graziella e urlando “stampa” agli attoniti vigili. Comincio la diretta via cellulare attaccato a quel Motorola con la batteria supplementare che lo faceva sembrare un ferro da stiro e che in redazione – luoghi dove, come si sa, il cinismo non manca – era stato ribattezzato Moby Prince. Lo potete vedere nella mia mano sulla sinistra di questo fermo immagine dal Tg1 di quel giorno. Andai avanti per l’intera giornata a raccontare e a raccogliere testimonianze.

Fu un battesimo del fuoco per me giovane cronista. Ne ricordo l’entusiasmo e l’adrenalina. Che cosa direi oggi a quello studente universitario che ero e che sognava di fare il giornalista e che poi l’ha fatto, diventando professionista? Che non lo doveva fare? Che più di due decenni dopo si sarebbe trovato a fare i conti con le difficoltà di un mestiere sempre meno apprezzato e sempre peggio retribuito? Che non doveva pedalare sull’autostrada per andare al relitto dell’aereo perché dopo vent’anni avrebbe trovato giornali le cui vendite sono crollate? Solo per fare due esempi, allora, nel 1997, il Corriere della Sera vendeva mediamente quasi 700 mila copie, oggi siamo sulle 190 mila; Repubblica, nel ’97 era sulle 385 mila copie, oggi si attesta sulle 135 mila. E di conseguenza, va da sé, sono andati giù i compensi per i collaboratori. Sì, certo, c’è internet, ci sono i giornali online, le app. Ma il modello di business è quello che è. Avrei dovuto smettere di pedalare e dirigermi invece verso la biblioteca per vedere di laurearmi un po’ più velocemente e magari andare a insegnare, invece di perdere tempo tutti i giorni con giornali e radio? Avrei dovuto dirmi “ma dove corri?”, che tanto tra vent’anni sarai lì a farti il fegato amaro fra caporedattori che si danno alla macchia, non ti rispondono, non prendono manco in considerazione le tue proposte da freelance (magari poi, visto che erano idee buone, le leggerai scritte su qualche altro giornale o, peggio, su quello a cui le avevi inviate, ma scritte da qualcun altro). Forse sì, forse avrei dovuto dirmelo: smetti di pedalare. Ma ancora oggi, nonostante tutto, non mi pento di aver continuato. Sulla Graziella, in autostrada.

Crediti immagini:

Bureau of Aircraft Accidents Archives

Servizio TG1 del 30 luglio 1997 (da YouTube)