Bologna, l'Archivio Nazionale del Film di Famiglia - associazione Home Movies

Le infinite storie nei filmini di famiglia

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Il viaggio è documentato fin dalla partenza da Bologna, a bordo di una Fiat Giardiniera stracolma. Siamo negli anni Sessanta e l’avvocato bolognese Francesco Berti Arnoaldi Veli,  noto come “partigiano Checco”, porta i due figli a campeggiare sull’Appennino bolognese. Non in una località qualsiasi, ma alla Segavecchia, proprio nei boschi dove nel ’45 aveva combattuto nella brigata “Giustizia e libertà” insieme al grande amico Enzo Biagi. L’avvocato, scrittore e saggista, era anche un appassionato cineamatore. Per questo riprendeva ogni momento di quelle gite in cui portava i suoi due bambini nei boschi mentre giocano a fare i partigiani: li possiamo vedere in quei filmini familiari mentre montano la tenda o bevono l’acqua di un ruscello.

Sono scene come queste quelle che si ritrovano nell’Archivio nazionale del film di famiglia a Bologna: un patrimonio di 30mila pellicole per circa seimila ore di filmini familiari raccolti in tutta Italia.

L’Archivio

Un cinema privato che tante famiglie hanno girato per decenni, dagli anni Venti agli anni Ottanta del Novecento, in occasione di nascite,  feste familiari, gite e viaggi, ma che a un certo punto, fra passaggi di tecnologia e nuove generazioni meno interessate a quel materiale, rischiava di andare perso per sempre. A salvarlo, dal 2002, ci pensa l’archivio bolognese nato dall’associazione Home Movies e ospitato nei locali dell’Istituto storico Parri, in via Sant’Isaia, in pieno centro nel capoluogo emiliano. “Abbiamo cominciato rendendoci conto della storia che c’era sullo sfondo di questi film”, raconta Paolo Simoni che con Mirco Santi e Ilaria Ferretti gestisce l’archivio. “Era un materiale che veniva buttato via o finiva per pochi euro nei mercatini delle pulci. Ci siamo resi conto come fosse assurdo che tante famiglie che con questi filmini si eran create il loro monumento, la loro autorappresentazione, finissero poi per buttarli via. Sono dei monumenti alla memoria molto fragili”.

Paolo Simoni, direttore dell’Archivio Nazionale del Film di Famiglia di Bologna

 

La raccolta dei materiali

Una raccolta che prosegue e acquisisce sempre nuovi materiali, prima partita nei mercatini e poi con il passaparola e specifiche campagne di ricerca in tutta Italia (chi ha pellicole familiari e desidera farle conservare e mettere a disposizione può contattare l’Archivio). Da anni il materiale è aperto a ricercatori, documentaristi e cineasti, con tanti progetti nati da questa miniera di storie. Come, per fare un esempio, “Formato ridotto” il film collettivo del 2013 con cinque racconti di narratori, fra cui Enrico Brizzi o Wu Ming 2, che si sono ispirati ad alcune di quelle immagini per scrivere racconti originali.

Bologna, l’Archivio Nazionale del Film di Famiglia – associazione Home Movies

I filmini adesso in rete

Adesso una parte del patrimonio immenso di immagini familiari dell’Archivio viene messo gradualmente in rete, aperto a tutti, con percorsi tematici, geografici e cronologici. Il nome di questo progetto, sostenuto dalla Regione Emilia Romagna e dal Ministero dei Beni culturali, è “memoryscapes”. Le prime due tappe delle tre in cui procederà sono già in rete. La prima si chiama “Lungo la via Emilia” e contiene materiale locale dall’Emilia Romagna. La seconda parte riguarda le “Cartoline italiane”, con filmati provenienti da tutta Italia. Una terza fase, nel corso del 2020, creerà un archivio in rete più tradizionale, strumento di ricerca per storici e film-maker.
Entrare nei locali dell’Archivio, fra le vecchie cineprese sugli scaffali e i poster di gloriosi film, è fare un viaggio nel tempo nella memoria familiare del Novecento italiano. Le pellicole sono conservate in grandi armadi metallici; qualcuna ha bisogno di restauro, operazione che viene svolta pazientemente nei laboratori qui all’Archivio: alcune sono davvero malmesse e necessitano di una cura fotogramma per fotogramma. E all’Archivio si rivolgono per il restauro anche centri esteri.

Gite al mare, matrimoni e compleanni
Le bobine conservate qui – nei formati 8 millimetri, super 8, 16 millimetri o nel più raro 9,5 Pathé Baby – compongono il mosaico della grande storia. Dove le singole tessere sono feste di matrimonio o compleanni, i primi passi o le prime pedalate di un bambino. L’auto nuova negli anni del boom con cui andare prima a vedere i cantieri delle autostrade e poi a percorrere quelle nuove arterie, sfrecciando in un’Italia che cresceva felice e ottimista. Fra fidanzate timide che si voltano timide dall’altra parte dell’obiettivo o, al contrario, ragazze spavalde che giocano a fare la diva hollywoodiana sulla spiaggia di Rimini. O, ancora, si possono seguire i mutamenti di città e paesaggi. “In Italia il boom del dopoguerra è ben documentato nei filmini in Super 8: la prima auto, la prima vacanza… Con la pubblicità delle cineprese che fa leva proprio su questo aspetto: filmate la vostra vita”, racconta Simoni. “È un storia nata negli anni Venti.  Fino agli anni Cinquanta occorrevano conoscenze fotografiche approfondite per usare una macchina da presa. E, così, mediamente, la qualità è anche buona: sono filmati belli, con belle inquadrature. Hanno alle spalle una cultura visuale, con addirittura dei legami indiretti con le avanguardie, si può dire. Una cultura veicolata da riviste come quella del Touring Club e un immaginario che diventa nazionalista negli anni Trenta con l’imperativo a filmare le bellezze dell’Italia. La platea si allarga con l’avvento delle cineprese di formato ridotto che risolvevano per gli amatori i problemi della pellicola professionale 35 millimetri, che era infiammabile e che richiedeva cineprese pesanti e costose.”.

La Storia nelle piccole cose


Lo straordinario di questo Archivio è che dal semplice compleanno di un bambino si può allargare lo sguardo alla vita quotidiana e quindi alla Storia. “Un modo per rendere più vicino il Novecento”, sottolinea Simoni. A volte, apparentemente, questa storia minore contraddice quella maggiore. “Vedi film familiari del tempo di guerra, persino di famiglie ebree che di lì a poco saranno deportate, e ti viene da chiederti perché ridano, emanando un senso di pace e armonia. Ma sono proprio i rituali quotidiani, il vivere come se niente fosse, che aiutavano a superare anche le più grandi tragedie”.
Nel dopoguerra filmare diventa più semplice e il pubblico si allarga. “Quasi tutte le famiglie comprano una cinepresa di formato ridotto e filmano il loro quotidiano. In certi ambienti si capisce l’importanza del cinema e a livello politico gli si attribuisce anche un ruolo pedagogico, ancora tutto da studiare, sia da una parte sia dall’altra: sia nel Partito comunista sia nelle parrocchie. Con queste ultime che appaiono anche più avanzate: se il mondo comunista usava le immagini pedagogicamente con un cinema militante, i cattolici avevano le loro scuole dove imparare direttamente a fare cinema, seguendo gli insegnamenti di Don Alberione, il fondatore delle cattoliche Edizioni Paoline”.

Don Camillo contro Peppone


È così che a Felina, sull’Appennino reggiano, ad esempio, spicca la storia di don Artemio Zanni, un don Camillo contro il locale Peppone, il sindaco comunista, che per quarant’anni dall’immediato dopoguerra ha filmato la sua comunità parrocchiale. “Era andato in Germania durante la guerra, a seguito di soldati italiani internati. Li ha accuditi e ha promesso loro che si sarebbe occupato dei loro figli. Una volta tornato  in Italia, fu assegnato a quella località sull’Appennino, una comunità molto povera, con un conflitto sociale forte e lotte fra partigiani bianchi e partigiani rossi. Don Zanni creò una comunità per gli orfani di guerra. Una delle prime cose che fece fu di prendere la cinepresa e usarla come strumento relazionale: tutti si filmavano”.

Vena d’autore


In altri casi emerge anche una vena registica. Come in Mauro Mingardi, autore di “Vita di artista”, piccolo capolavoro in super 8 del 1981, vicenda di un serial killer esteta (“Se Tarantino lo scoprisse…”, ride Simoni). O in Gianni Castagnoli, autore dello sperimentale “La Notte e il giorno” del 1976, definito a suo tempo dal critico Alberto Farassino come il film italiano “con il più bel montaggio degli ultimi trent’anni”. 

“L’archivio è una memoria che rischiava di andare persa”, conclude Simoni. “Mi viene in mente la storia di un giornalista torinese, appassionato cineamatore che aveva filmato decine di bobine. Perse la casa sotto i bombardamenti mentre era fuori città. Alla moglie che lo chiamò al telefono per dargli la terribile notizia, subito dopo essersi accertato della sua buona salute, la prima domanda che fece fu ‘E le pellicole?’. Erano salve. E con loro era salva la storia familiare”.