Shipping out (of focus)

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Ho fotografato la nave da crociera più grande del mondo. Con il collega romano Giuliano Del Gatto siamo stati a bordo della Harmony Of The Seas, della compagnia Royal Caribbean, durante la sua crociera inaugurale, da Southampton, Inghilterra, a Barcellona fra il 29 maggio e il 5 giugno. L’abbiamo fotografata in lungo e in largo, documentando per il sito Cruise Critic i suoi innumerevoli ristoranti, i bar, i locali, le piscine, i teatri, le tipologie di cabine. Ma anche, naturalmente, il suo Central Park, il grande parco centrale con alberi e negozi. O la sua pista di pattinaggio sul ghiaccio. E ancora i mega scivoli, le pareti da arrampicata o il bar dove i cocktail vengono preparati dai robot. Insomma, tutto quello che – con varie sfumature di kitsch –  questo megacondominio galleggiante può offrire ai suoi 5400 passeggeri. Già a settembre 2015 avevamo fotografato la gemella di questa nave (un pelo più piccola, roba di pochi metri), la Allure of the seas.

Già, ma allora che cosa c’entra il titolo di questo post? Beh, “Shipping Out” (salpare, ma anche andarsene) è il titolo originario del saggio di David Foster Wallace in cui lo scrittore americano racconta con ironia la sua esperienza su una nave da crociera (in italiano “Una cosa divertente che non farò mai più”). Mentre “Out of focus”, sfocato, lo aggiungo io perché per tre giorni abbondanti (sui sette totali di crociera), per me questo viaggio di lavoro è stato veramente così, fuori fuoco. E nemmeno di poco, vista la mia forte miopia. Pronti a salpare?

Sabato 28 maggio, aeroporto di Southampton, Inghilterra. Pomeriggio. Siamo appena atterrati con Giuliano con il volo Klm da Amsterdam.  Io sono partito da Firenze, lui da Roma. Davanti al nastro dove si aspettano le valigie, tutti riprendono man mano i bagagli. Un giro. “Sai che casino se non mi arriva…”, penso. Poi vedi che ne stanno arrivando altre e scacci i cattivi pensieri: figurati se succede. Un altro giro di nastro. E un altro ancora: ormai di valigie ne sono rimaste davvero poche sopra: tre, due, una. Nessuna. Il nastro si ferma e io rimango lì a guardarlo come un bischero: è successo davvero, la mia valigia non è arrivata.

Un’addetta dell’aeroporto con un culo colossale si affaccia nel tubone sparavaligie per vedere “se per caso si è incastrata”. Temo che, povera, ci si incastri lei stessa ma no, non accade né che ci sia la mia valigia né che ci si inceppi lei. Un po’ di moduli di rito. “Stia tranquillo, la sua valigia arriverà domattina con il volo da Amsterdam”. Bugia pietosa: l’indomani, di mattina, di voli da Amsterdam non ce ne saranno, come è facile verificare, ma tant’è, la speranza che arrivi la valigia ti sostiene.

La nave parte domani, domenica pomeriggio. C’è tutto il tempo che mi arrivi, penso, mentre comincio mentalmente a fare il calcolo a cosa è rimasto nel bagaglio perso. Ho con me per fortuna l’attrezzatura fotografica, preziosa e pesante. Ho anche il portatile mac. Ma – essendo già al limite di peso e dovendo limare il grammo – nel bagaglio in stiva ho lasciato i caricabatterie e il treppiede. Fra i “non pervenuti” ci sono i vestiti, certo, ma in questo momento sono il mio problema minore.

Southampton
Southampton

Southampton alle sei di pomeriggio assomiglia a uno di quei paesi di montagna italiani che tirano giù il bandone alle cinque. L’Inghilterra non è tutta come Londra, aperta allo shopping h24. Sembra un miracolo trovare un Lidl aperto per comprare uno spazzolino e due improbabili mutande con gli elefantini. È solo davanti a un hamburger che realizzo qual è la perdita più grossa e devastante: nella mia valigia che è chissà dove, ci sono gli occhiali da vista e anche le lenti a contatto (coglione, coglione, coglione!). Ancora indosso un paio di lenti giornaliere usa e getta, ma quando stasera le avrò tolte e gettate non avrò più modo di vedere nulla: PANICO!

Domenica 29 maggio, Southampton. Già a colazione ho un assaggio di quello che sarà l’inferno dei prossimi giorni. Non vedo un accidenti che sia a più di cinque centimetri dal mio naso. Il mondo è una lattigine indistinta di colori e forme. Fra poche ore devo essere a bordo della nave, cominciare il lavoro prima che il grosso dei passeggeri sia salito a bordo. E invece sono qui che non distinguo una tazza da un panino. Ci separiamo con Giuliano: tu vai sulla nave e comincia il lavoro, io vado all’aeroporto a sentire che cosa mi dicono e ti raggiungo.

Arrivo all’aeroporto (non c’è un taxi a pagarlo oro: mi suggeriscono all’hotel di installare Uber sul cellulare. Lo faccio. Lo provo: funziona! Con buona pace dei tassisti italiani, qui i due sistemi paiono andare piuttosto d’accordo). Ovviamente l’aereo da Amsterdam del mattino non esiste e la valigia arriverà… arriverà… arriverà… boh! Comincia a ribollirmi il sangue e non vedo (è il caso di dire) alternativa che pensare a un piano B. Ovvero ricomprare tutto: i vestiti, ok, i caricabatterie, ok. Ma soprattutto le lenti a contatto. Che ci vorrà mai?

Il centro commerciale di Southampton la domenica mattina è piuttosto vivace. Lo vedo persino io che brancolo in questo blob indistinto e sfocato che è il mio mondo miope. Comincio a peregrinare fra gli ottici. Per scoprire quasi subito che “No prescription, no lenses”. Sì, insomma: per comprare delle lenti a contatto o degli occhiali in Inghilterra serve ricetta medica. È domenica mattina: chiamo Costanza a casa, si attivano Chiara e Federico, due amici. Vanno a svegliare il mio ottico fiorentino, Federico pure lui. Buonanima: apre il negozio (Kontact, viale dei Mille: la pubblicità ci sta tutta, è il minimo!), mi stampa, scannerizza e invia per email la ricetta dei miei occhiali. Rientro trionfante in un ottico sbandierando il telefonino: “Here’s my prescription”. La guardano, perplessi. “Sorry, sir…”. Ma sorry un c. Ok, è una ricetta di un ottico e non di un medico. Ma su, facciamocela andare bene: mi salpa la nave, “I’m in deep shit, ok? Save my life and gimme the lenses, please!”. Niente da fare, non si commuove. Però… “We HAVE a doctor here…”. Bene, c’è il dottore: che mi visiti. Son qui. Lo vedrà da sé che non ci vedo. Sì, però, c’è un altro però… “Anche se la visita il nostro dottore, poi ci vogliono tre o quattro giorni per avere le lenti o gli occhiali”. Beh, allora nulla. “No way”. Altro che Brexit: sparite dall’Europa, dal mondo, dall’universo!

Southampton
Southampton

Ormai l’unica cosa chiara è che non ci saranno cose chiare per me per i prossimi giorni. Solo questa melassa sfocata  di forme e colori che è il mio mondo senza occhiali. Ok, bene: è il momento di continuare lo shopping. Infilo da Marks & Spencer e guadagno a fatica quello che pare il reparto uomo. Fare acquisti in un grande magazzino senza vederci è un’esperienza mistica. Mi attraggono i colori, come i fiori con le vespe. Arraffo un po’ di polo dall’aspetto improbabile e inglesissimo: rosa schocking, blu elettrico. Le cose che catturano la mia attenzione le compro. A riguardarle tutte insieme pare il guardaroba di Queen Elizabeth. Con tre giri rasente agli scafali da Boots riesco a trovare anche un deodorante e persino schiuma da barba, lamette e shampoo. Un salto da Apple Store e London Camera Exchange – qui almeno ci sono i commessi che mi aiutano – completa la mia dotazione di caricabatterie (naturalmente con spina inglese). Sono pronto a salire a bordo e – mi vien da ridere – a lavorare.

I passeggeri in coda per imbarcarsi sulla Harmony hanno lussuose valigie, minimo di Vuitton. Io ho la borsa dell’attrezzatura e quattro sacchetti informi dei grandi magazzini. “Welcome aboard!”. Welcome un c. sapeste come mi girano.

Sono le 17 e la nave sta per salpare. Mentre fisso il vuoto, senza vedere nulla, pensando a quelli che saranno almeno i prossimi tre giorni (fino a mercoledì la nave sarà in mare aperto), parte a tutto volume la colonna sonora di questo inizio crociera: “Con te partirò”. BOCELLI. E non riesco a smettere di ridere.

La partenza da Southampton
La partenza da Southampton

Lunedì 30, martedì 31 maggio, Oceano Atlantico. Spiritus durissima coquit, lo spirito digerisce anche le cose più dure, recita il motto dell’Einaudi. Ma anche il corpo non scherza. Nonostante tutto, nonostante il non vedere a fuoco al di là del mio naso, questi in mare aperto, anzi sull’Oceano, sono giorni di lavoro duro, intenso. Come si fa a fotografare senza vederci niente? Ci si arrangia. Le macchine hanno una rotella per la correzione diottrica, in pratica per mettere a fuoco il mirino e quello che ci vedi dentro. Ruotandola al massimo e usando il mio occhio migliore, il sinistro (anche se ‘contromano’ rispetto al mio utilizzo solito), per guardare nel mirino della fotocamera, è tutto quasi come sempre. In pratica la macchina fotografica diventa una specie di mio occhio bionico attraverso cui riesco a vedere più o meno a fuoco la realtà. L’unica difficoltà può essere camminare tenendola sempre appoggiata all’occhio, come se fosse il mio periscopio per esplorare il mondo intorno. Ma in realtà, man mano che passa il tempo, mi muovo con una certa disinvoltura. Sarà che abbiamo fotografato a settembre la nave gemella e gli spazi si ripropongono nello stesso modo e con gli stessi nomi, sarà che il corpo tira fuori risorse inaspettate, il fatto è che alla fine in qualche modo questo mondo difforme e confuso mi pare quasi normale. Strizzo forte gli occhi, tipo Mr Magoo, e dopo un po’ cominciano a farmi male certi muscoli intorno agli occhi che non sapevo manco di avere. La nave procede lenta: subito dopo Southampton passiamo l’isola di Wight – le ho scattato due foto e me la sono guardata nel display… – mentre la prossima tappa sarà mercoledì, a Vigo.

L’Oceano è calmo, lo passiamo a 30 chilometri all’ora. Intravedo (sì, intravedo!) petroliere che ci sorpassano in scioltezza. Il lavoro va avanti a ritmo serrato: ci sono 17 piani 17 (pardon, ponti) da fotografare: una quantità infinita di ristoranti (da quelli etnici, giapponese, messicano, italiano, fino a quelli a buffet), teatri (già, c’è Grease, quello vero di Broadway…); Central Park, il  parco con alberi, piante e negozi di lusso; sport di ogni tipo (minigolf, pareti di roccia, o il Flow Rider, una macchina che genera le onde per farci surf sopra), quattro piscine (da quelle sportive a quella che riproduce una baia), una enorme spa, palestra, pista di pattinaggio sul ghiaccio. La miopia non mi impedisce di apprezzare un tramonto “nordico” alle dieci e mezzo di sera, quando sul ponte più alto della nave non c’è quasi nessuno: sono tutti impegnati nella vita notturna anche se fuori c’è questa luce pazzesca. Peggio per loro.

Harmony Of The Seas
Harmony Of The Seas

Si va avanti a lavorare dalle 7 di mattina, quando in giro c’è poca gente – anche se c’è sempre qualcuno più mattiniero di te – fino alle una di notte quando con Giuliano ci concediamo l’unico lusso di un bicchiere di Porto allo Schooner Bar.

Mercoledì 1° giugno, Vigo, Spagna. È il gran giorno, oggi. Sì, mentre Klm traccheggia e mi fa sapere che non mi farà riavere la valigia prima di Malaga, penultimo porto prima della fine della crociera, Costanza, santa donna, mi ha spedito un pacchetto di lenti in un punto DHL a Vigo, Spagna del nord, prima tappa della crociera dopo due giorni e mezzo in mare aperto. Sono talmente emozionato: oggi tornerò a vederci! Mi alzo ancora prima del solito. In tempo per “vedere” o almeno sentire, le cornamuse galiziane che ci danno il benvenuto in porto.

Poi, via, fuori dalla nave: “Taxi, presto! Tomas Alonso 16”. La corsa dura pochi minuti e la pago 3 euro. Ecco il centro DHL, è un negozio di informatica dove lavorano dei super nerd poco empatici con la mia gioia traboccante nel ricevere quel pacchetto che sventolo trionfante. “Toilet?”. Mi dirottano verso la caffetteria davanti. Forgiato da anni di risposte scortesi a Firenze, mi pare brutto entrare chiedendo subito del bagno. Ordino un caffè (che quello a bordo, diciamocelo, è una sbroscia immonda). Mi portano un espresso e – non richiesta – una mega brioche che divoro. Il tutto per un euro. “Toilet?” “Derecha derecha”. È il bagno più sudicio della Spagna ma chi se ne frega: uno, due, ecco le lenti: ci vedooooooooo!

Telefono a Costanza e mi viene da piangere per la gioia. Pazzesco come una cosa che uno dà per scontata, come il vederci, possa mancare così tanto. Riattacco. Mi passa davanti un cieco, uno vero, col bastone bianco. Beh, devo far qualcosa per mettermi in pari con il mondo: “¿Necesita ayuda?”. “Gracias!”. Lo aiuto ad attraversare la strada. Poi in uno spagnolo improbabile, più che altro un italiano parlato molto lentamente, gli racconto di quello che vuol sapere del “barco mas grande del mundo” del cui arrivo a Vigo ha sentito in tv. Lo saluto. Lui viene dalla Guinea Equatoriale ed è una vita che abita qui.

Ancora un po’ di shopping per integrare i vestiti inglesi, un paio di hard disk a Mediaworld per scaricare le foto. E via di nuovo a bordo. È come ricominciare da capo questa crociera. Risaluto persone che avrei dovuto già conoscere, presentandomi come se fosse la prima volta che le vedo (in effetti è così), mentre queste mi guardano un po’ interdette.

Bandierine che sventolano, danze popolari all’imbarco. È pur sempre il viaggio inaugurale della nave da crociera più grande del mondo. Si salpa di nuovo.

Giovedì 2 giugno, Oceano Atlantico. Sarei noioso se ripetessi che abbiamo lavorato sodo, ma è così. Oltre tutto i giorni in mare aperto sono più pesanti perché c’è gente ovunque. Già, ma qual è il pubblico della crociera? Su 5400 persone c’è veramente di tutto. L’età media non è bassissima (i prezzi non aiutano). Su questa crociera, in particolare la maggioranza sono inglesi e americani, c’è una buona fetta di spagnoli, francesi, giapponesi, nordici vari, qualche tedesco e qualche cinese. Gli italiani sono (per fortuna!) solo nove.

Gli inglesi e i nordici si piantano al sole rimediando, anche se non è caldissimo e tira vento, delle scottature a forma di carta geografica che, forse, al loro ritorno esibiranno come trofei. Nelle serate di gala (in questo viaggio sono state due, una con le foto di rito con il capitano) vengono sfoggiati abiti eleganti ed eccessivi (ma perché la valigia non l’hanno persa a loro?, mi chiedo), occasione per foto familiari che vedo già in cornici d’argento sulle scrivanie di  terratetto con giardino da telefilm.

Harmony Of The Seas
Harmony Of The Seas

La nave è come un mega centro commerciale galleggiante. Lo spettacolo è la nave stessa, con i suoi eccessi (un kitsch moderato in questo caso, a essere sinceri, rispetto ad altre che ho visto), la sua organizzazione pazzesca, la sua struttura colossale, la sua ingegneria strabiliante. Francamente, mi chiedo a che cosa servano le soste. Per vedere in due ore una città e mettere la spunta “visto” sull’atlante?

Una nave da crociera è uno spaccato di una società, una società in miniatura. Ci sono i tipi da crociera, ma anche chi non lo è di suo, una volta a bordo, lo diventa automaticamente. Anche io, temo. Ci sono tante persone normali, tanti che hanno messo da parte i soldi per questa occasione di una vita. Ci sono le famiglie che utilizzano le mille possibilità di intrattenimento per i bambini. Ci sono gli adolescenti nerd che per protesta si parcheggiano nella sala giochi rincoglionendosi di playstation senza vedere altro né della nave né del mondo che li circonda. Ci sono quelli che si sposano a bordo (a questo giro anche una coppia scozzese, con gli invitati maschi tutti in kilt). Ci sono quelli che si annullano per ore alle macchinette del casinò (unico posto della nave dove si può fumare: un sistema di aerazione pazzesco unito a dosi massicce di deodoranti evita l’effetto FS carrozza fumatori anni 80).

Harmony Of The Seas
Harmony Of The Seas

Ci sono quelli che passano il tempo nei negozi di bordo, scendono a terra e la prima cosa che fanno è infilarsi nel centro commerciale davanti alla banchina, forse per non avvertire troppo il trauma del distacco. Ci sono gli sportivi che prendono molto sul serio il giro di corsa (circa 800 metri) sulla pista che gira tutto intorno alla nave. Ci sono quelli che pensano solo al cibo, riempiendosi i piatti ai buffet dove si trova di tutto – e buono, direi – con attenzione a ogni possibile gusto, intolleranza, religione. Quelli che vanno a cena alle cinque di pomeriggio e che alle undici sono già a prendersi un pezzo di pizza a taglio al Sorrento’s.

Ci sono le milf d’assalto, coi loro profumi da quattro soldi che permangono negli ascensori. Ci sono diversi gay e lesbiche: evidentemente la crociera è un tipo di vacanza gay friendly. Ci sono i single che sfruttano l’appuntamento loro dedicato al Rising Tide Bar, un bar-ascensore fatto come una specie di barca o astronave che fa su e giù molto lentamente fra due piani della nave. E allora vedi questi single che hanno quindici minuti per piacersi oppure per odiarsi e quindi sperare che la corsa del bar finisca alla svelta. Ci sono tante persone in carrozzina: gli spazi della nave sono tutti ben accessibili e raggiungibili. Ci sono i vip o presunti tali che prendono suite costosissime e ricercano paradossalmente l’esclusività in una vacanza di massa come questa, trincerandosi nelle aree loro riservate, protetti da cancellini, guardando i comuni mortali dall’alto.

Insomma, c’è il mondo. Lo stesso che c’è fuori. Ma qui tutti lavorano per farti vivere in una dimensione parallela, una vita diversa, incredibile e speciale che una volta tornato a terra ti mancherà. Una dimensione che l’assenza di segnale sui cellulari quando si è in mare aperto (ovvero per il 90% del tempo) contribuisce a creare: questo, sì, è il vero lusso della crociera (anche se misconosciuto). Internet e il wi-fi sono possibili, via satellite, ma il collegamento costa 20 dollari al giorno. Sarà per questo che le persone si parlano, a tavola, come succedeva una volta. Salvo poi tornare tutti sugli schermi blu quando ci si avvicina ai porti e il segnale, accidenti, ritorna.

Harmony Of The Seas
Harmony Of The Seas

A creare una dimensione così diversa rispetto alla vita quotidiana collabora ogni singolo membro dell’equipaggio: quelle 2100 persone che lavorano al servizio degli ospiti. In ordine sparso: personale delle pulizie (encomiabile e gentilissimo nonostante sia uno dei lavori più duri a bordo. Quello che pulisce la mia stanza si chiama Raymond, sta 9 mesi consecutivi a bordo per volta e vuol fare questo lavoro fino a che non avrà messo insieme i soldi per mandare la figlia al college), cuochi, camerieri, baristi, musicisti e cantanti, receptionist, commessi dei negozi, croupier, personale della spa, bagnini, marinai, tecnici, imbianchini che come formiche in tuta blu ritinteggiano ininterrottamente ogni centimetro quadro della nave, ballerini, attori, animatori dei bambini. Il personale costituisce un altro mondo rispetto a quello dei clienti. Un mondo tenuto rigorosamente separato e invisibile agli ospiti: un mega dietro le quinte il cui accesso è possibile solo attraverso porte richiuse sempre in fretta e che lasciano intravedere per pochi secondi lo stacco fra l’arredo lussuoso della parte riservata agli ospiti e quello molto più spartano, stile “traghetto-Tirrenia” delle parti dello staff. Eppure anche loro – raccontano – hanno i loro bar e le loro aree per rilassarsi, solo che sono ben nascoste.

In tanti mi dicono “Non la farei mai una crociera. Non è il tipo di vacanza per me”. Non è neppure la mia vacanza ideale, certo. Ma da parte mia non la demonizzo totalmente. La trovo interessante, come ogni manifestazione umana. Mi viene da chiedermi ad esempio se non sia un prototipo di una società del futuro, con le risorse giocoforza contingentate e ottimizzate. Mi incuriosisce la vita di chi lavora a bordo, per lunghi mesi fuori casa. E soprattutto mi diverte da matti vedere questa umanità variegata costretta a una convivenza forzatamente ravvicinata.

Venerdì 3 giugno, Malaga. C’è poca gente a vedere l’ingresso nel Mediterraneo, mentre la nave entra nello stretto di Gibilterra. Sono le tre e mezzo di notte, e lo capisco. Però non capita tutti i giorni di passare le colonne d’Ercole e mi sarei aspettato di trovare più persone sul ponte all’aperto. I due capi dello stretto distano una quindicina di chilometri e pur nella foschia notturna si distinguono bene: la nave è più vicina all’estremità marocchina e si vedono bene le insegne in arabo di una fabbrica.

Lo stretto di Gibilterra
Lo stretto di Gibilterra

Per quanto ci riguarda, non siamo qua per fare i turisti (mi rendo conto però che, nonostante sia vero, dire “sono in una crociera di lavoro” non è molto credibile…) e la sosta a Malaga è breve: giusto il tempo di una passeggiata, un gelato al gusto omonimo (il mio preferito) con un sole andaluso già arrogante. Manco il tempo di dare un’occhiata al Museo Picasso (lo segno nel quaderno fra le cose da rifare nella vita), uno sguardo veloce al teatro romano e via, di nuovo a bordo.

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Sabato 4 giugno, Mediterraneo. L’ultima giornata di navigazione scivola piuttosto veloce. Ci sono un po’ di rifiniture da fare, le ultime foto alla nave che abbiamo ormai battuto palmo a palmo.

C’è tempo anche per qualche acquisto a bordo ma – ehm – la cosa non va a buon fine: il plafond mensile della carta di credito se lo sono mangiati gli acquisti d’emergenza a Southampton e – mannaggia – l’errore della cassiera di Vigo che ha battuto 650 euro invece di 65 per un hard disk, accorgendosi, sì, subito dell’errore e stornando la cifra, ma bloccando l’importo errato dalla disponibilità mensile. “Mr. Fedeli, there’s a problem”. Ok, figura da pezzente e quel regalo per Costanza e il bell’orologio che mi sarebbe piaciuto tanto torna indietro dopo essere stato una giornata al mio polso. Beh, meglio così, forse.

Domenica 5 giugno, Barcellona. È finita. Si arriva la mattina presto a Barcellona. La balena d’acciaio sembra aver fretta di buttarci fuori dalla pancia. Ma c’è ancora un po’ da lavorare, anche se super velocemente. Ci sono rimaste delle cabine da fotografare e bisogna rapidamente inserirsi non appena gli ospiti se ne sono andati e gli inservienti hanno finito le pulizie. Siamo praticamente gli ultimi a scendere, quando ormai ci sono gli avvisi insistenti di lasciare immediatamente la nave. Il giro di giostra ricomincia fra qualche ora per qualcun altro. Il rientro dalla dimensione parallela alla vita normale è rapido e brusco, tipo i cosmonauti che tornano a terra di botto: il tempo di uscire dalla nave e salire su un affollatissimo e ascellosissimo bus verso il centro di Barcellona. Missione compiuta, nonostante tutto.

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